[Gennaio 2010] “Qualora si replichi alla configurazione dell’avversario con la medesima, nessuno dei due fronti avrà la certezza della vittoria. Per conseguirla si dovrà principalmente sfruttare la differenza”. Elogio zen dei mismatch da parte del saggio Phil Jackson, o considerazione tattico-bellica di Sun Pin, discendente di Sun Tzu (quello dell’ “Arte della guerra”)? In entrambi i contesti, si tratta di orchestrare una strategia, di ottimizzare risorse umane e di ricorrere al “non-ortodosso”, all’atipico, per avere la meglio guastando le certezze “ortodosse” dell’avversario (per i curiosi: la citazione è di Sun Pin).

 

Il mismatch, assieme al pick n’ roll e all’isolamento, rappresenta la trinità offensiva che ogni attacco Nba deve saper gestire, ma, a differenza delle altre due opzioni, il mismatch non può essere provocato a piacimento, non c’è un metodo “scientificamente provato” per far scaturire un mismatch. Tuttavia è possibile che una squadra presenti la tendenza a trovarsi in situazioni di costanti mismatch tattici, semplicemente a causa della tipologia di giocatori che mette in campo.

 

Avventurandoci in una distinzione tra i differenti tipi di mismatch, possiamo quindi distinguere tra:

– “mismatch estemporanei”: quelli dovuti ad un cambio di marcatura su un blocco, ad una rotazione difensiva di copertura o ad una difesa ibrida o a zona (che rende prevedibile la posizione di un difensore, consentendo all’attaccante di “puntarlo” per avvantaggiarsene).

– “mismatch strutturali”: quelli dovuti alle differenze fisiche o tattiche dei due quintetti schierati, mismatch che si presenta sistematicamente ogni volta che due giocatori “disabbinati” (cacofonica traduzione mia di “mismatch”) si ritrovano in reciproca marcatura.

 

Le finali dell’anno scorso hanno messo bene in mostra, sul palcoscenico più esclusivo, due mismatch strutturali: la presenza di due atipici come Lewis ed Odom ha garantito infatti alle rispettive squadre dei mismatch costanti, a prescindere dai quintetti che si sono trovati ad affrontare.

Tuttavia, proprio questo esempio ci consente di distinguere ulteriormente i “mismatch strutturali” in due tipi:

 

– “mismatch bilaterale”: quel mismatch in cui un giocatore ha dei vantaggi tecnico-tattici o fisici nei confronti del suo difensore, che a sua volta può giovarsi dei propri vantaggi speculari quando è il suo turno di attaccare.

Prendiamo il suddetto Lewis: quando Orlando attacca, può far impazzire l’altra ala grande, seminandola sui blocchi e costringendola a difendere fino all’arco da tre; ma quando è il turno di Rashard in difesa, l’altra ala grande può approfittare della leggerezza fisica di Lewis e della sua scarsa attitudine a spingere ed a incassare contatti.

I Cavs del playoffs scorsi, avendo come ali grandi Big Ben o Varejao, da un lato soffrivano l’atletismo e la perimetralità di Lewis, dall’altro non erano in grado di “restituirgli il favore” poiché né Ben né il brasiliano hanno un repertorio offensivo adeguato per punire la difesa “delicata” di Rashard.

 

– “mismatch unilaterale”; è il caso in cui un giocatore ha dei vantaggi rispetto al proprio difensore, senza che questi possa poi replicare giovandosi di alcuna differenza tecnico-fisica a suo favore.

Restiamo alle ultime Finals e consideriamo Odom: Lamar in attacco è un’arma atipica che sa fare coast-to-coast come una guardia, gioca fronte a canestro, sa valorizzarsi con i tagli e in ricezione dagli scarichi, costringendo l’ala che lo marca a muoversi molto ed a non lasciargli troppo spazio. Quando è invece in difesa, a differenza di Lewis, Lamar non ha grossi problemi a difendere sulle ali grandi, essendo difensore più “fisico” di Lewis.

Intendiamoci, Odom non è certo il difensore ideale, è soggetto a distrazioni e l’impegno non è sempre al livello delle potenzialità che madre natura gli ha dato, ma non rappresenta comunque un “mismatch passivo” per i Lakers, difendendo onestamente senza essere “vittimizzabile” (e registrando inoltre buoni numeri difensivi).

 

In generale, i mismatch più frequenti riguardano la front-line, i tre ruoli avanzati nello schieramento offensivo, e soprattutto quello di ala grande, che sta passando sempre più dall’essere un centro sottodimensionato ad un’ala piccola sovradimensionata, con tutte le possibilità di ibridazione tecnica (e relativi mismatch) che ne conseguono.

Più nello specifico, la coppia di interni, quindi l’ala (più) grande e il centro, sono spesso la spina dorsale dell’impostazione tattica di una squadra, originando mismatch strutturali che denotano lo stile offensivo di un team.

In fondo, si tratta delle scoperta dell’acqua tiepida: due interni con grosse potenzialità offensive da post basso, valorizzeranno con i loro scarichi gli esterni, ma toglieranno un po’ di spazio ai penetratori; due interni con buona mano dalla media e dalla lunga distanza, apriranno invece l’area per tagli ed inserimenti dei piccoli; due interni molto atletici consentiranno di fare contropiede in cinque, mentre due interni più massicci e lenti risulteranno più validi per occupare spazio difensivo in area ed attaccare con calma a metà campo… insomma, le possibilità sono realmente molteplici.

Diamo dunque un’occhiata alle tipologie tattiche di coppie interne più caratteristiche nel panorama attuale, senza basaci troppo sui quintetti “a referto”, ma individuando i casi più emblematici.

 

 

VERSATILI ED ATLETICI

 

Josh Smith & Al Horford: alti “solo” 6-9 e 6-10, sono levrieri da contropiede, realizzatori efficienti (51% e 58% dal campo) ed onestissimi passatori (hanno un Ast% abbondantemente superiore a quello dell’ala piccola titolare, Marvin Williams). In difesa sono rapidi nelle rotazioni e nelle chiusure, possono accettare serenamente molti cambi difensivi, non occupano molto spazio fisicamente, ma sanno benissimo “metterci una pezza” con la verticalità e con adeguato tempismo (in due fanno più di 3 stoppate a gara).

 

K.Martin & Nene: recuperano, stoppano, corrono, passano, schiacciano, prendono rimbalzi e segnano con un buon senso della misura, senza forzare ma neanche risultando trascurabili dalle difese altrui. Unico neo? Nessuno dei due può vantarsi di raggiungere il 70% ai liberi…

 

 

TANDEM DIFENSIVO

 

Garnett & Perkins: difensori-buttafuori, forse la coppia di interni più intimidatrice della lega (per atteggiamento), solidissimi in difesa, altruisti ed affidabili in attacco (55% dal campo per KG, 64% per Perkins), partecipano armoniosamente alla coralità offensiva di Boston (sebbene sappiamo tutti quale sia il potenziale realizzativo di KG…). Risultato della loro presenza interna? Celtics primi per minor percentuale di realizzazione concessa nei pressi del ferro .

 

Varejao & O’Neal: la mole del primo e la chioma del secondo presidiano il pitturato di Cleveland. Al di là dell’impatto visivo, i due garantiscono stazza, gomiti, rimbalzi e stoppate. Nessuno dei due è un maestro nel difendere sul pick n’ roll, ma quando si tratta di pattugliare il pitturato sono indubbiamente un’ottima garanzia. In attacco fanno quanto debbono con ottime percentuali al tiro (circa 52%), anche se, come nel caso precedente, uno dei due avrebbe un potenziale non indifferente… Per la cronaca, i Cavs sono secondi per minor percentuale di realizzazione concessa nei pressi del ferro.

 

 

LA STRANA COPPIA

 

Miller & Noah (assieme in quintetto per nove partite in stagione, attualmente il titolare è Gibson): due centri agli antipodi. Il primo lottatore, agonista, rimbalzista e stoppatore, che tuttavia ha un range offensivo molto umile e tira i liberi quasi a due mani (comunque con un rincuorante 77%); l’altro ha buon tocco anche da tre, passa come pochi altri centri, e dove non arriva con l’atletismo, prova a rimediare con l’esperienza. Si potrebbe quasi dire che si compensano, dividendosi le responsabilità tra attacco e difesa.

 

Diaw & Chandler/Mohammed: vedi sopra. Boris è una delle ali più complete (e più altruiste), a cui spesso i numeri non rendono giustizia, mentre Tyson e Nazr hanno in due i fondamentali offensivi di base (e neanche tutti…) ma si riscattano egregiamente in difesa, con rimbalzi e stoppate.

 

Varejao & Ilgauskas: quando non c’è Shaq, tocca al lituano, e la musica cambia. Big Z (sempre più la reincarnazione “snellita” di Sabonis), ha un signor tocco dalla media, passa a meraviglia e lascia sgombera la paint, addentrandovisi solo per i rimbalzi offensivi. Meno go-to-guy rispetto a O’Neal, ma comprimario preziosissimo per versatilità.

 

Blair & Duncan. Blair è un Barkley dei nostri tempi, Tim è semplicemente un uomo bionico. Nonostante il palese declino fisico (abbruttito dall’inquietante tecnica ai liberi), il caraibico fa registrare 20 punti (con il 55%), 10 rimbalzi, 3 assist e 2 stoppate in neanche 33 minuti. Dal canto suo, il rookie, promosso in quintetto, ricambia la fiducia del coach, calamitando rimbalzi e segnando ad alta percentuale (liberi esclusi). Vederli assieme è uno strano show: la tecnica ieratica di un gran maestro e la combattiva irruenza di un giovane torello da pitturato…

 

 

OLD SCHOOL

 

Hayes & Scola: coppia texana alla vecchia maniera, gente tosta ed affidabile, spiccata attitudine al “lavoro sporco”, garantiscono preziosi “intangibles” difensivi e sono efficaci in attacco (Scola vanta  il 53% infarcito di bei movimenti; Hayes è fermo al 45%, ma è quello che tira meno al minuto di tutta la squadra, escluso Battier). Giocatori utilissimi, la cui efficienza è uno dei principali motivi per cui Houston renda molto pur senza avere neanche un franchise player (in campo).

 

Randolph & Gasol: nonostante il tocco morbido di Zach anche da sei metri, si tratta di una coppia in stile “old school”, con il centro che macina punti da sotto (15 a gara con più del 60%) e l’ala grande che insacca 21 punti con il 50%, soprattutto dalla media. Entrambi sono inoltre buoni rimbalzasti (piazzati nella top20 di Trb%), sia difensivi che offensivi (Randolph è secondo per Orb% dietro al redivivo Big Ben), con Gasol che si dimostra anche un buon stoppatore (1,5 a partita).

 

West & Okafor: West in post alto, Okafor in post basso. Nessun problema di convivenza e nulla di atipico. Okafor fa il centro e West l’ala grande. Punto. Roba (quasi) da anni ’80. Paul ringrazia e smazza assist.

 

In questa categoria vanno doverosamente citati anche Jermaine O’Neal & Haslem, quest’ultimo retrocesso in panchina per fare spazio al talentuoso Beasley (prototipo invece dell’ala grande moderna, atletica, versatile e perimetrale). Brand & Dalembert, nonostante gli esperimenti di coach Jordan, e, per certi versi, anche Love & Jefferson.

 

 

 

IL TIRATORE ALTO E IL DIFENSORE

 

Nowitzki & Dampier: la coppia per eccellenza in questa categoria. Erik segna solo quando è strettamente inevitabile, ma lo fa pur sempre con il 66% dal campo (che lascia intuire da quanto lontano ami tirare…), per il resto le cifre su 36 minuti (ne gioca realmente 26) parlano di più di 12 rimbalzi e 2 stoppate e mezzo… presenza interna da non sottovalutare. Su Dirk, non c’è nulla di nuovo da dire: 25 punti con quasi il 40% da tre e il 47% da due (c’è qualcuno che tira meglio di lui nella “fascia proibita”, tra la paint e l’arco da tre?), conditi da 8 rimbalzi, 2.5 assist ed anche una stoppata abbondante; è sempre il solito Wunder Dirk.

 

Jamison & Haywood: coppia simile alla precedente, Jamison è un Nowitzki un po’ più atletico, mentre Haywood è un Dampier con maggior potenziale offensivo, sia come rimbalzista che come realizzatore (ha un po’ più d’“autonomia” in attacco).

 

Murphy  & Hibbert: Murphy è un Dirk meno attaccante puro, meno clutch, ma decisamente più rimbalzista (uno dei migliori rimbalzasti difensivi in circolazione). Hibbert è invece un “progetto” molto interessante, che potrebbe sbocciare bene anche come attaccante, ma già ora è una presenza difensiva (seppure 3,7 falli in 24 minuti siano un grosso blocco sulla sua crescita, soprattutto come esperienza “sul campo”).

 

 

IL TIRATORE ALTO E L’ATTACCANTE

 

Ilyasova & Bogut: l’australiano non passerà alla storia come macchina da punti, ma è pur sempre secondo nei Bucks per punti segnati (15 con quasi il 50%), secondo per Usg% (percentuale dei possessi di squadra che finiscono con un suo tiro o una sua palla persa) con circa il 23% (suo career high), fa circolare bene la palla ed è tutt’altro che ignorato sia dai compagni che dalle difese.

Il turco è invece una piacevole sorpresa: al secondo anno, guadagnati adeguati minuti, sta dimostrando di essere sia un affidabile rimbalzista (per essere un tiratore…), sia un buon realizzatore perimetrale (quasi 37% da oltre l’arco su 3,6 tentativi in 25 minuti) anche se è ancora un po’ discontinuo nelle prestazioni.

 

Gallinari & Lee: impostazione tattica simile alla coppia precedente, con Lee che pur non essendo un attaccante puro (molto meno di Bogut) è comunque il top scorer dei Knicks (19 punti con il 56%), nonostante segni soprattutto su assist (due volte su tre, spesso in pick n’ roll) o su rimbalzo offensivo. Danilo bombarda invece il ferro dalla lunga con un pregevole 41%, il 60% dei suoi tentativi sono da oltre l’arco per un totale di ben 6.7 triple tentate in 32 minuti (solo Granger osa si più: 8,4 in 36 minuti).

 

Lewis & Howard: semmai fossero necessarie presentazioni, questo è Dwight e questo e Rashard.

 

Boozer & Okur: Carlos colleziona doppie-doppie (terzo nella lega), con il 53% dal campo e un Drb% al 29% (quarto assoluto), il tutto combinato con 3,4 assist e bei movimenti (meccanica di tiro esclusa). Anche Okur si sposa alla perfezione con l’attacco collettivo di Sloan ed è una risorsa offensiva funzionale: esegue un terzo dei suoi tiri da oltre l’arco, con un buon 38%, segnando molto su assist; tuttavia, per essere un centro, seppur “all’europea”, non garantire quella granitica presenza d’area che potrebbe permettere ai Jazz di fare il salto di qualità (sebbene non sia l’unico della front line a poter migliorare come efficacia difensiva, al di là dei numeri…).

 

Bosh & Bargnani: semplificando (e dando la precedenza ai più anziani), Bosh è un Boozer con più palleggio e meno post basso, mentre Okur (magari sbaglio) è Bargnani tra qualche anno.

 

Stoudamire & Frye (si accettano scommesse si chi sia il centro…): il resuscitato Channing (da poco retrocesso in panca in favore del giovane Lopez) segna l’87% dei sui canestri su assist (letale il suo pick n’ pop), di cui più di 5 sono triple, insaccate con un mortifero 43%. Stoudamire, conclamato All-Star, macina punti (21 con il 56%) soprattutto dall’interno, pur avendo un buon tocco anche dalla media. Probabilmente la coppia ideale per far felice un piccolo canadese con l’hobby dell’assist…

 

Da mensionare anche il neo-rientrato Yi & l’interessantissimo Lopez; coppia da cui i Nets potrebbero ricostruire molto bene…

 

 

TWIN TOWERS

 

Ilgauskas & O’Neal: ok, hanno giocato solo una cinquantina di minuti assieme in tutto il campionato, ma non potevo non citarli: due talentuosi veterani alti più di sette piedi che si completano a meraviglia e solcano assieme il parquet… la menzione è d’obbligo.

 

Camby & Kaman: il primo si scorda dei suoi 35 anni, per riconfermarsi come uno dei migliori rimbalzasti sulla piazza: al momento di scrivere queste righe il suo Trb% è di 22%, neanche il possente Dwight sa fare meglio… per il resto, fa registrare più di 2 stoppate in circa 31 minuti, tanti recuperi quante palle perse (circa 1) nonostante consegni più di 3 assist. Di sicuro esempio per i giovani centri (escluso il versante realizzativo, ovviamente…)

Il secondo è invece attualmente uno dei migliori in post basso sia per movimenti che per impatto (20 punti col 50% di media), anch’egli decisamente efficace come rimbalzista e stoppatore, nonostante un atletismo non eccelso.

Una delle coppie di lunghi più affidabili nel complesso (finché Camby resta immune al passare degli anni…).

 

Gasol & Bynum: entrambi alti sette piedi, entrambi segnano 16/17 punti con circa il 55% dal campo, entrambi fanno più d’una stoppata e mezzo a partita; Gasol eccelle per tecnica, capacità di passaggio e completezza, Bynum eccelle per atletismo e margini di (immediato) miglioramento.

Il repeat (non s’offenda lo stoico Kobe) dipende molto dal loro rendimento, oltre, ovviamente, dal loro tormentato stato di salute; sebbene sia innegabile che avere un 4 squisitamente atipico come Odom da affiancare ad uno dei due lunghi, è un lusso che può fare la differenza, soprattutto nei playoffs quando il livello tattico si fa più risolutivo.

 

 

 

P.S. Non si sentano snobbati i tifosi di quelle squadre che per motivi di infortuni (Blazers, Warriors) sperimentazione tattica o rotazioni bilanciate (Pistons, Thunder, Kings, Bulls), non hanno presentato delle front-line abbastanza costanti, né quantitativamente sostanziose per poterne parlare; qui si è voluta fare una analisi sintetica, citando solo i casi più significativi.

 

 

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