Heat in progress

August 24, 2011

[Novembre 2010] Se un GM ha la possibilità di assemblare uno dei terzetti più temibili di sempre, almeno sulla carta, ha il dovere (professionale e mediatico) di farlo; altrimenti non sarebbe un buon GM.

Riley, tuttavia, oltre ad essere il GM degli Heat, ha anche una discreta conoscenza sul parquet, non solo sulla carta, di come funzioni il gioco con la palla a spicchi…

 

Se ce ne siamo accorti noi, volgari amatori, anche il sommo Pat avrà notato che la trinità che ha evocato a Miami, è un bel trittico di stelle, una calamita come poche altre per tifosi e media, ma messi dentro il rettangolo di gioco, compongono una triade non certo tra le meglio assemblate perché, com’è noto, si tratta di tre go-to-guy tendenzialmente perimetrali, nel senso di gioco fronte a canestro e non di tiro perimetrale, che invece non è la specialità di nessuno dei tre (siamo ben lontani dal reciproco completamento tattico del terzetto Allen-Pierce-Garnett).

 

Pat lo sa perché ha avuto molti altri terzetti, forse meno roboanti, ma che si sono dimostrati decisamente vincenti: ai Lakers, a New York ed agli Heat (in due avventure da coach).

Per questo, anche quando sarà tornato Haslem, anche quando avrà esordito Mike Miller, anche quando ci sarà la qualificazione matematica ai playoff (siamo pur sempre ad Est), credo che Riley eviterà comunque evitare di tornare in panca, come presagiscono molti.

Quel burattinaio mediatico di Phil Jackson, in uno dei suoi mind games più epici, ha rievocato il caso (Stan) Van Gundy facendolo aleggiare nello già spaesato spogliatoio degli Heat; se c’era molta pressione sul giovane Spoelstra, dopo tale dichiarazione il barometro ha toccato nuove vette.

Ma Pat sa che il terzetto non sta dominando, come si aspettavano gli ingolositi tifosi Heat, non perché sia male allenato (seppur si possa certo migliorare), ma perché, strutturalmente, non ha l’impalcatura per dominare, al di là del valore dei singoli. Conscio di ciò, se scendesse in panca, sa bene che neanche lui potrebbe condurre con certezza gli Heat all’anello, per cui, da vecchia volpe quale è, semmai farà tale mossa, aspetterà la prossima stagione: meno smania mediatica (comunque notevole), possibilità di migliorare il risultato del giovane predecessore e, sperano a Miami, meno infortuni e più “chimica” di squadra.

 

Già, gli infortuni. È un’attenuante tra le più inopinabili: paradossalmente, l’infortunio di Miller e quello ulteriore di Haslem sono un discreto parafulmine per alcune critiche, almeno quelle relative al numero di vittorie; due attenuanti che, sebbene risultano a loro modo propizie, ritardano in campo la coesione tattica del gruppo e non nascondono appieno l’incertezza di questo avvio di stagione per gli Heat.

Specialmente l’infortunio di Haslem (giocatore che vanta un’utilità ed un’efficienza con pochi eguali) consentirà agli Heat di giocare con un vero centro difensivo, Dampier, di cui hanno un forte bisogno (sperando che sia prontamente in forma).

L’assenza di un play vero non è di per sé un difetto; come ci insegna l’albo d’oro degli ultimi vent’anni, banalizzando un po’: o hai un ottimo play o hai l’anello (ricordiamo che all’ultimo titolo di Boston, Rondo non era certo quello di adesso…). La presenza di un difensore d’area, come contraltare di cotanto talento offensivo, appare invece imprescindibile; insomma, uno come Dampier mancava ed era necessario, ma, oltre che per motivi salariali (sacrificato Stackhouse), solo il forfait di un uomo di rotazione poteva consentirne l’arrivo e motivarne la presenza in campo per degni minuti.

L’effetto collaterale è che risulterà palese come uno, tra capitan Haslem e Bosh, sia di troppo (improponibile tenerli troppo assieme in campo, almeno in partite che contano).

 

Il vantaggio di avere tre stelle di quel calibro è innegabilmente la garanzia di copertura (offensiva) in caso di infortunio: 2 qualsiasi fra i tres amigos possono insaccare 60 punti in due senza nemmeno vivere una giornata storica. Per somma ironia, il problema è proprio quando sono in tre: con Lebron & Bosh, non sarebbe meglio una coppia di guardie perimetrali, piuttosto che un altro slasher come Wade? Con Lebron & Wade, non sarebbe meglio un’ala grande solida in difesa (Haslem) piuttosto che un ulteriore raffinato realizzatore come Bosh? Con Wade & Bosh non servirebbero un’ala piccola alla Mike Miller e magari un play più offensivo di Chalmers o Arroyo?

Inevitabilmente, se hai nel roster tre stelle come Wade-James-Bosh devi farle giocare assieme, quindi devi anche far fronte alla divergenza tra le loro potenzialità e la loro simultanea “disarmonia”…

 

L’assedio mediatico a Miami tiene infatti coach Erik è in una posizione di scacco da cui è difficile uscire; consideriamo la questione del minutaggio: se “spreme” troppo le sue stelle (per ottenere risultati) viene tacciato di sovraffaticamento dei giocatori chiave in vista dei playoff, ma se ne riducesse il minutaggio, gli Heat (già rimaneggiati nel roster) rischierebbero di perdere qualche (ulteriore) partita di troppo… scacco matto.

Che poi il minutaggio sia eccessivo (occhio alle dichiarazioni LeBron, non sei più ai Cavs…) resta da valutare: proprio James è al minimo in carriera (37,4 minuti), Wade e Bosh giocarono di meno solo da rookie (34,9 e 33,5). Ricordiamo inoltre che tutti e tre sono sotto i trenta anni; non stiamo quindi parlando di Olajuwon-Barkley-Drexler, tutti e tre sulle 34 primavere all’epoca del terzetto a Houston (ed in ben altre condizioni fisiche…).

In fondo, cosa dovrebbero dire Durant o Gay (entrambi sopra i 40 minuti a partita) o Wall che da rookie sta sfiorando i 39 di media? Ma i media sono avidi di frasi da decontestualizzare e gonfiare, per cui hanno sfruttato al volo l’(involontario?) assist di James. Sarà comuqnue bene per gli Heat lasciare le opinioni personali sulle scelte di coach Erik all’interno dello spogliatoio…

 

La percentuale dal campo, che dovrebbe giovarsi del giocare affianco ad altre stelle, quindi potendo selezionare meglio i tiri ed affrontando una difesa che ha più fronti a cui badare, non è destinata inevitabilmente a migliorare” (perdonate l’auto-citazione da un articolo di off-season).

Con 15 partite alle spalle (circa un quinto della stagione) le statistiche sono ancora “ballerine”, ma ci raccontano che: LeBron è passato dal 50,3% dell’anno scorso al 45,5%, Dwyane dal 47,6% al 43,8% e Chris è invece rimasto stabile (dal 51,8% al 51,6%). Anche i tabellini mostrano la tipica incostanza dei lavori in corso: Chris ha registrato sia un 2/9 dal campo che un 12/17, Wade anche lui un 12/17 come pure un 1/13, e LeBron ha avuto picchi divergenti di 9/15 e 5/18…

Discorso simile per le palle perse: James in aumento, Wade stabile, Bosh in calo. Chiaramente, LeBron chiamato anche a gestire il gioco è quello che maggiormente risente della novità e della complessità dello scenario, ma ha abbastanza talento per dare adito all’ottimismo, almeno a lungo termine. Questi intoppi iniziali, queste oscillazioni di rendimento, possono essere viste come un sintomo positivo di adattamento, all’interno di un contesto che difficilmente poteva avere da subito il pilota automatico (a prescindere dal coach…).

 

Non ha comunque senso parlare di crisi (perché non c’è stato un calo e siamo solo all’inizio), nè tantomeno di delusione (il campionato, come un buon libro, si giudica solo alla fine), semmai di inevitabile fase di rodaggio che, in quanto tale, procede tra alti e bassi; l’attuale sesto posto ad Est con il 53,3% di vittorie, non è nulla che debba stupire o disilludere i tifosi Heat.

Stando ai fatti, Miami resta un’intrigante conteder, soprattutto in prospettiva futura, ma è tutt’altro che la favorita (e questo lo sa anche Pat…).

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