[Aprile 2011] Poco più d’un mese fa, il timoniere era D-Will, l’ammiraglio era mr. Sloan e si lottava nel cuore della griglia dei playoff (forti del 57% di vittorie). Attualmente ci sono Devin Harris, il neo-coach Corbin ed una sconsolante 11esima piazza ad Ovest (con un 47,4% che li ha già  esclusi matematicamente dai playoff).

Cambio di rotta e di scenario che non può non suscitare perplessità; soprattutto per Al Jefferson, arrivato nello Utah certo di assaggiare la post-season e con l’incarico di rendere i Jazz seri contendenti per l’anello… ora si ritrova in una squadra rivoluzionata in sole due mosse e con un futuro a breve e medio termine decisamente incerto.

Che questi cambiamenti siano da interpretare anche come la presa di coscienza che l’arrivo di “Big Al” non è stato sufficiente a compiere il tanto atteso salto di qualità? Ipotesi tanto sbrigativa quanto insidiosa…

Di fatto, dopo la partenza di Williams, Al si sta attestando (provvisoriamente) su cifre ben superiori a quelle pre-All-Star, forse, mesto indice che ora sta tornando ad essere go-to-guy in una squadra che finirà la stagione con sole 82 partite sulle spalle, proprio come ai tempi di Minnesota…

Prima dell’All Star Game (57 partite): 35 minuti, 17,4 punti (48,4% dal campo), 9,1 rimbalzi, 1,5 assist, 1,9 stoppate e 1,2 perse.

Dopo l’All Star Game (21 partite): 38 minuti, 22,9 punti (51,8% dal campo), 11,3 rimbalzi, 2,3 assist, 1,8 stoppate e 1,5 perse

Usando una statistica “fatta in casa”, l’ Impatto%, ci si accorge che Al è passato dal 43% al 51%; molto eloquente…

Proviamo ora ad interessarci al gioco offensivo di Al Jefferson, facendo un passo indietro, per dare un’occhiata a come Al si era inserito nel sistema dei Jazz, con ancora Deron in campo e Sloan in pachina.

Personalmente, nel mio lato scettico, lo vedevo adatto al gioco di Sloan come Brand lo è stato a quello di Eddie Jordan ai Sixers… il lato drastico suggeriva addirittura di sbilanciarmi nel ritenere la perdita di Boozer e l’acquisto di Jefferson un po’ come la perdita di Billups e l’acquisto di Iverson ai vecchi Pistons… per fortuna di Al e dei Jazz, mi sbagliavo di grosso (e non fui l’unico ad avere più d’una perplessità: il pungente Charley Rosen si chiese laconicamente: “cosa spinge Sloan a credere di poter trasformare Jefferson in un giocatore completo?”).

Non è mai stato un segreto che Jefferson padroneggiasse egregiamente l’arte del post basso, avendo avuto come maestro in allenamento un certo Kevin McHale, guru del gioco spalle a canestro (con ancora qualche consiglio per il suo ex-giocatore…). Tuttavia, il cambio di squadra, di sistema e di ambizioni avrebbe potuto presentare ostacoli notevoli.

A Minnesota, Al chiamava subito la palla, appena arrivato nei pressi del pitturato, seguendo forse un meccanismo previsto dall’attacco, ma consolidando comunque l’abitudine ad essere l’indiscusso go-to-guy.

Ai Jazz si è dovuto invece orientare al servizio della squadra, dovendo portare molti blocchi, allargarsi sino alla periferia del lato debole ed impegnarsi a leggere costantemente i movimenti dei compagni; quest’ultimo sarebbe dovuto essere l’ostacolo maggiore per un giocatore che negli ultimi anni era stato il fulcro gravitazionale di tutto l’attacco, “viziato” da isolamenti in cui mettere a frutto la sublime tecnica individuale.

Invece, sin dalle prime partite, pur avendo ancora il vizio di chiamare spesso la palla per l’1 vs 1 (eventualità non sempre necessaria o prevista dagli schemi di Sloan), ha mostrato buona disponibilità al gioco corale, senza monopolizzare, anche grazie alla sapiente gestione di Deron Williams, un attacco che solo raramente gli concedeva isolamenti per punire il difensore di turno.

Prima di lasciare spazio ai video, vale la pena accennare ad alcuni elementi da notare:

– la caratteristica finta a due mani con cui Al è solito cercare di far rialzare il baricentro del proprio difensore, prima di attaccare dal palleggio;

– il peculiare tiro nei pressi del pitturato, poco ortodosso nell’esecuzione, a metà tra il semigancio (posizione del corpo non proprio frontale e palla tenuta senza “mano debole” d’appoggio) ed il floater (spinta con il gomito e poca rotazione sulla palla); il commentatore ed ex-giocatore dei Jazz, Matt Harpring, chiama questo tiro “push-up” ( da non confondere né con il “pull-up jumper” né con indumenti poco attinenti alla pallacanestro…);

– la predilezione, come ogni destrorso, per il post basso sinistro.

Diamo ora un’occhiata ad un paio di partite di Dicembre, quando l’inserimento era ancora in fase di rodaggio:

 

 

Facciamo adesso un salto a fine Gennaio, per vedere se una Western Conference battagliera come sempre e l’imminente All Star Game, hanno influenzato lo stile di gioco di Al, impegnato nondimeno contro i capolisti assoluti Spurs e tale Tim Duncan…

 

 

Abbiamo già notato come, dopo la partenza della coppia “dirigenziale” Sloan-Williams, Al si è trovato a svolgere un ruolo più centrale nell’attacco Jazz: non a caso, il suo season high è arrivato in una delle prime partite dopo la rivoluzione, il 07/03/2011 , contro i Knicks (il precedente era stato fatto registrare a Toronto, con tanto di tap-in vincente).

 

Diamo un’occhiata:

 

 

La difesa su Al (quando c’è stata) non è risultata impeccabile, ma in fondo questo ci ha consentito di apprezzare meglio il suo gioco. Anche in questa partita ha confermato le tendenze e la versatilità offensiva viste in precedenza, condite con un po’ più di caparbietà, di voglia di essere il trascinatore, come dimostrato dalla smania con cui ha chiamato la palla (alla vecchia maniera T-Wolves), un paio di forzature (vere rarità in precedenza) e l’aria frustrata dopo che il risultato aveva preso una piega tragica.

 

L’ultimo video-recap ci porta a Houston, per un “pivotal game” tra aspiranti all’ultimo “biglietto” per l’accesso ai play-off:

 

 

Dopo questa cocente sconfitta, i Jazz hanno perso ininterrottamente con altre squadre del tabellone dell’Ovest: Grizzlies, Thunder, Hornets, Mavericks, poi con i Wizard, con i Lakers e persino con i Kings (recente ritorno alla vittoria, con i Lakers, ma W dal sapore ormai agrodolce). Insomma: game over.

Nel juke box dei Jazz siamo decisamente al momento dell’insert coin, si cambia musica (ma due note promettono decisamente bene: i rookie Hayward e Favors hanno già mostrato lampi di talento molto interessanti…).

 

 

 

FOCUS: UNA PAGINA DAL PLAYBOOK…

Nelle partite analizzate in precedenza, si sono ripresentate spesso alcune “situazioni base”, a cui i Jazz si sono affidati per liberare e coinvolgere Big Al: il down-screen (blocco dal post-alto al post-basso), il cross-screen (blocco da un post-basso all’altro) e, per innescare i giochi a due con il play, un preliminare taglio UCLA (dalla punta al post-basso sfruttato un blocco in post-alto) prima di far inc.

Diamo un’occhiata:

 

 

Più nello specifico, nella partita contro i Knicks, le telecamere (indiscrete) ci hanno mostrato coach Corbin chiamare uno schema, “4-5 down” (se non ho letto male il labiale) chiamata che effettivamente ha innescato movimenti rivisti anche nella successiva partita con i Rockets. Approfittiamone per vederlo in azione:

 

 

 

APPENDICE – IL TIRO LIBERO

Jefferson, per essere un lungo, ha una buona percentuale ai liberi (76,7%). La routine è composta semplicemente da un paio di palleggi e l’esecuzione è abbastanza compatta e lineare.

Unico elemento caratteristico: il gomito destro, nel sollevare la palla, si apre vistosamente verso l’esterno prima di alzarsi, ma pare che questo gesto, non proprio da manuale, non influenzi l’efficacia del tiro.

 

La posizione dei piedi è quella classica (il destro un po’ più avanti); la palla non sale mai sopra la testa, il gomito sinistro resta sempre molto largo e dopo il rilascio (in punta di piedi) i due polsi sono vicini, con quello destro piegato “a becco di cigno”. Vediamolo in tempo reale ed al rallentatore da entrambe le angolazioni:

 

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